Intervista Andre Matos – Chi fa per sé


Autore: Enzo Pignataro – 02/04/2008
 

Il ritardo con il quale è terminato uno showcase acustico che Andrè ha tenuto nel pomeriggio della giornata delle interviste, e che ovviamente non si è concluso all’ora prevista, ma ben oltre, ha trasformato ciò che doveva essere un’intervista face to face, in una mini conferenza stampa. Comprensibile, si sarebbe fatta facilmente notte inoltrata, e l’indomani, il brasiliano e relativo entourage, erano in partenza di nuo mattino per la Germania.
Cose che capitano
Il gentilissimo, loquace e anche piuttosto stanco Andrè Matos, ci ha comunque accolti nelle sue stanze, per raccontarci un po’ di cose a proposito del suo nuovo lavoro, "Time To Be Free", un lavoro di cui il cantante brasiliano (lo si capisce dal modo in cui ne parla) va sicuramente fiero.

Come mai avete scelto di fare uscire prima il disco in Giappone e solo adesso (2008) in Europa?
Ci sono due motivi. Per prima cosa, il disco è dovuto uscire prima in Giappone per via di una protezione di mercato che loro hanno in Giappone: i prodotti giapponesi sono più cari dei prodotti importati, allora se un prodotto europeo arriva in Giappone prima che venga pubblicato anche lì, l’import costerà di meno di quanto non costerà quando uscirà la versione giapponese… Questa è la ragione principale. Loro vogliono sempre che l’album esca in Giappone almeno un mese prima che negli altri paesi, e vogliono anche che ci siano delle bonus track. Sfortunatamente, le bonus track che ho scelto per la versione giapponese sono piuttosto buone, avrebbero dovuto uscire anche negli altri paesi, ma essendo già state messe in quella versione non ho potuto inserirle anche nelle altre. Inoltre, stavo ancora cercando un buon "affare" in Europa; prima ho avuto alcune offerte locali, di paese in paese, tutte buone etichette e sono sicuro avrebbero fatto un buon lavoro, ma per forza di cose qualche paese sarebbe rimasto escluso. Sapevo che era solo una questione di tempo e sarei entrato in contatto con un’etichetta più grande, e infatti poi ho avuto l’offerta dalla SPV, che è piuttosto grande e ha una buona distribuzione e produzione. Quindi, anche se abbiamo dovuto aspettare per l’uscita dell’album, sono molto contento! E poi che differenza fa, una settimana prima o una dopo, tanto l’album è già su internet… (ride N.dr)
Se nessuno avesse rubato il master, allora farebbe una certa differenza.
Comunque, alla fine ne è valsa la pena, tutto funziona bene, e credo che adesso sia proprio il momento giusto. Sarei troppo impegnato se l’album fosse uscito contemporaneamente in Europa e in Giappone. Subito dopo il Giappone c’è stato il Brasile, e ho dovuto prendermi cura di un sacco di cose, il fatto che sia uscito solo ora in Europa mi ha dato il tempo necessario per prendermi cura della fase promozionale. Tra l’altro sono molto impressionato, perché sto avendo molte recensioni buone dell’album, anche da paesi dai quali non me le sarei aspettate, come ad esempio l’Inghilterra, l’Olanda, la Germania, e credo che sia anche merito dell’ottimo lavoro svolto dalla SPV.

Il titolo del disco sembra riferirsi a qualcosa di personale: è davvero così?
Questa domanda richiede un po’ di tempo per una risposta…
Allora, molti pensano che il titolo di questo album rifletta la mia attuale situazione, perché sono solo. Ma voglio innnanzitutto premettere che questo non è un progetto solista, ma è una band solista. Definirlo un progetto solista vorrebbe dire probabilmente che sono libero dai legami con il passato e che adesso ho la totale libertà di scegliere quello che voglio fare, il suono che voglio avere. Direi che questo non è del tutto sbagliato, perché quando fai parte di un gruppo, il gruppo stesso ha un determinato stile, ad esempio gli Shaman non sembravano gli Angra, gli Angra non sembravano i Virgo, le differenze si sentono. Adesso, da solo, posso abbracciare tutto insieme e anche essere influenzato dalle band di cui ho fatto parte, ma senza copiarle.
La mia grande ricerca, durante tutta la mia carriera, è stata quella dell’originalità, anche parlando di metal, che è uno stile musicale piuttosto definito, che esiste da più di 30 anni e sebbene alcuni dicano non ci sia più niente di nuovo da fare, io invece credo che ci siano cose che possono ancora essere fatte. Quindi, in un certo senso sì, adesso devo fare i conti con me stesso e con tutte le mie influenze, anche se ciò non vuol dire che io vada in una direzione musicale diversa, non farò mai un disco techno. Non è il mio stile, non mi appartiene, il mio nome appartiene a un genere ‘globale che non so nemmeno come definire, melodic symphonic progressive power metal o cosa, ma non importa. Le mie radici sono nel metal anni ’80, nella musica classica, ed è in parte corretto che io ora sia libero di spaziare.
D’altra parte, il vero significato del titolo è un altro: perché il disco è un concept, ed è piuttosto una coincidenza che il titolo si abbini momento che sto vivendo. In ogni caso, l’idea che avevo quando ho scritto la canzone era di tutt’altro genere, e riguarda un argomento molto serio. È un concept trasversale a tutto l’album, ed è racchiuso nel dire: è tempo che tu cerchi la tua libertà. Il genere umano ha da sempre cercato la libertà, in un modo o in un altro, ma oggi è tempo di cercarla dentro di noi, perché viviamo in un mondo strano, dove tutto sembra essere più connesso e più virtuale e dove la tecnologia ci ha dato un alto livello di comfort, ma c’è un prezzo da pagare, e questo prezzo consiste nel fatto che ogni tanto ci dimentichiamo dei valori. Ad esempio, oggi giorno potremmo essere molto amici di qualcuno che vive dall’altra parte del mondo, comunicando attraverso internet, ma non sapere chi è il nostro vicino di casa. È qualcosa di molto importante su cui dobbiamo riflettere, perché il mondo sta diventando molto superficiale, molto individualista e consumista. La gente si pone come obiettivo la ricerca di qualcosa nei beni materiali, ricerca il successo nel lavoro, i soldi, le macchine, e pensa che ci sia una verità in questo, invece è l’opposto. La vera libertà è dentro di noi, può essere qui adesso in questa stanza, come oggi nello show case. Questa è la sveglia che il titolo propone, perché credo che la musica sia ancora un forte strumento per concentrare l’attenzione della gente su qualcosa. L’idea è che questo disco porti a farsi delle domande su come ti senti veramente dentro. C’è da dire che "Time To Be Free" può anche avere un altro significato, cioè che tu hai bisogno di tempo per essere libero: la libertà non arriva dal nulla, ci devi investire tempo e sforzi, ti ci devi concentrare, devi essere etico e rispettare i tuoi valori. Allora forse la raggiungerai. Ma se non ti ci dedichi, come passerai attraverso la tua vita? Come un robot. Credo che il nostro pianeta si stia già lamentando abbastanza di questo, e noi dovremmo cercare di essere più consapevoli e provare a cambiare un po’ le cose.

Ascoltando "A New Moonlight" è impossibile non pensare a "Moonlight", la prima canzone che hai composto. Come mai questa scelta, è una canzone così importante?
Molto, la più importante. In effetti questa nuova versione è più distaccata da Beethoven.
È la prima canzone che ho scritto, avevo 17 anni, era in un album dei Viper, un album che ancora mi piace parecchio. Era già una canzone molto importante allora, perché è stata quella che ha portato i Viper fuori dal Brasile fino al Giappone. Al di là di questo, non l’ho mai suonata dal vivo, mai rivisitata, ma ora che ho fatto uscire il mio primo solo album per me era simbolico inserire la prima canzone che abbia mai scritto. Ovviamente non l’avrei lasciata uguale a com’era quando l’ho scritta. Ho ascoltato molte cose per cercare di capire quale fosse il modo migliore di reinterpretarla, e uno dei gruppi a cui mi sono rifatto sono certamente i Queen, in particolare penso a Bohemian Rapsody. L’idea era che "A new moonlight" si stesse trasformando in un’opera fantasy, una canzone completa. Poi abbiamo sviluppato l’inizio della canzone, che crea molta atmosfera e una precisa immagine del paesaggio di un chiaro di luna. È una canzone molto importante, ed è quella che mi ha richiesto più tempo per essere completata e per scrivere tutta la musica. Poi ho pensato che forse la gente non l’avrebbe capita, ma questa è la più importante canzone del disco. Per me è stato come rivisitare il passato, come andare indietro nel tempo a quando l’ho scritta la prima volta, e poi ripercorrere tutti gli anni che sono passati, con tutte le esperienze che ho avuto, con la testa di oggi però. Ho dovuto scrivere nuove parti musicali, nuovi testi ed è stata una scommessa, molto eccitante. Avevo bisogno di costruire una nuova canzone, nel presente. Quando ho finito sono stato molto commosso, toccato da come era venuta. E credo che sia esattamente questo il modo in cui bisogna scrivere una nuova versione di una canzone, raccontando la storia. Oltretutto si adatta completamente al concetto dell’album.

Parlando di viaggio nel tempo, da quando sei partito con i Viper a oggi, passando dagli Angra, agli Shaman, ho l’impressione che il tuo stile sia cambiato parecchio. Secondo te come? Ti senti ancora rappresentato dalle cavalcate power?
Dunque, come primo album era molto importante presentare qualcosa sia a chi conosceva il mio passato sia a chi non lo conosceva. Quindi, la mia prima idea sull’album è stata quella di fare una somma di tutto il mio passato e delle mie esperienze, dai Viper agli Angra, dagli Angra ai Virgo, dai Virgo agli Shaman, ma allo stesso tempo moderno, complesso. Spesso mi deprimo un po’ perché cerco di ascoltare roba nuova, nuove uscite,e la maggior parte delle volte ascolto qualcosa che è già stato fatto. Il fatto è che arrivano al successo riproponendo cose già fatte, ma forse non per molto, non saranno quelli che lasceranno un segno, perché gli originali sono sempre migliori. Quindi ho voluto bilanciare tutte queste cose, e credo che nel disco si sentano tutti gli elementi del mio passato, ma si senta anche qualcosa di fresco che prima non c’era. A dire il vero sono anche grato ai produttori, che hanno capito quella che era la mia idea e di che cosa si stava parlando e hanno fatto uno splendido lavoro..

Tornando alla solo-band, come mai hai fatto solo ora la scelta di proporti da solo? C’era una qualche forma di timore nell’esporti in prima persona?
Be’, la paura c’era, in termini di carico di responsabilità, ma ti assicuro che la scelta di formare una band con il mio nome era diventata l’unica via perseguibile. Lungo l’arco di tutta la carriera mi è sempre stato chiesto se non era il momento per un progetto solista, ma sia con gli Angra che poi successivamente con gli Shaaman è stato impossibile dedicarmi ad una carriera solista: tutte le mie attenzioni erano rivolte alla band e al nostro lavoro. Dopo l’ultimo split mi sono fermato un attimo a chiedermi cosa avrei voluto fare, e capii immediatamente che non avrei potuto continuare ad usare il nome "Shaaman", non avrebbe avuto senso portare avanti il progetto con altre persone. A tal proposito rimasi molto sorpreso quando qualcuno decise di riesumare il monicker "Shaman", oltretutto senza il nostro consenso… Ma questa, è tutta un’altra storia. Chiaramente la scelta di utilizzare il mio nome per la band mi ha caricato di grandi responsabilità e ha richiesto un impegno maggiore rispetto al passato, nonostante fossi abituato a partecipare in ogni fase di creazione di un album anche in precedenza. Tale responsabilità implica che io abbia l’ultima parola su tutto ciò che riguarda la band, ma non in senso negativo e "tiranneggiante", perché non mi è mai piaciuto imporre le mie idee al resto della band. Oltretutto la scelta è stata anche fatta per dare immediata visibilità alla band – l’utilizzo di un altro monicker avrebbe significato un lungo periodo di promozione per far capire alle persone che in realtà ero io il cantante della band. Ultimo motivo, e forse il più importante, è che forse così non mi chiederanno più quando lascerò la band: mi viene un po’ difficile separarmi da me stesso.

Hai scritto Lisbon dopo un viaggio nella capitale portoghese. È una città che ti rimase nel cuore. In "Time To Be Free" si passa da Lisbon a Rio De Janeiro, con "Rio". Sembrerebbe che le città del mondo esercitino un certo fascino su di te.
"Lisbon" ("Firewirks", Angra, 1998. N.d.R.) è per me una canzone molto speciale.
Oggi allo showcase che abbiamo fatto, l’abbiamo eseguita con un ospite speciale, Fernando Ribeiro dei Moonspel – che credo siano l’unico gruppo portoghese ad avere successo internazionale.
Fernando è un ragazzo eccezionale, uno di quei pochi che hanno qualcosa in più (è anche un poeta).
Per quanto riguarda "Rio", l’origine della canzone non è legata ad un viaggio, ma in particolare ad un film brasiliano che mi ha particolarmente colpito, "City Of God". Questo film, profondo, narra le vicende degli ultimi quarant’anni avvenute all’interno del quartiere più povero della città brasiliana che è appunto chiamato la "città di Dio". Pochi sanno che, ma nonostante io sia nato e viva tuttora a San Paolo, la mia famiglia è originaria di Rio e la conoscenza di queste due città me ne ha fatto notare le differenze, enormi. San Paolo è la capitale economica del Brasile, un po’ come Milano in Italia, è molto grande ed estesa con un centro molto ricco ed una periferia molto povera, e questi due mondi difficilmente vengono a contatto. Rio invece è una città molto più a misura d’uomo anche per la sua particolare collocazione geografica, stretta tra il mare e le montagne. Ovviamente anche a Rio c’è una forte differenza di vita tra ricchi e poveri, ma la vera particolarità è che non avendo periferie ben distinte la vita di queste persone si svolge negli stessi luoghi e prevede, spesso, situazioni difficili e umanamente molto toccanti. In sostanza, è questo che ho voluto raccontare nella canzone.

Farete un tour, in futuro? Passerà anche per l’Italia?
Certo, non può mancare! Il fatto che l’album sia uscito solo ora ci permette anche di organizzare meglio il tour europeo, di lasciare abbastanza tempo tra l’uscita del disco e l’inizio del tour. Quindi credo dopo l’estate e sarà il nostro grande tour europeo.
L’Italia è un paese abbastanza grande, suonare a Milano certo mi piace, ma so che tanti sono costretti ad arrivare dalla Sicilia fino a Milano per partecipare a un concerto. Mi piacerebbe suonare almeno a Roma, in un posto più centrale, magari a Napoli, se potessi fare più date mi piacerebbe suonare a Firenze o Torino.

Cosa ci dici del nuovo batterista che suona sul disco: è giovanissimo! Suonerà con voi anche dal vivo?
Lui è chiama Eloy Casagrande, è arrivato per sostituire il batterista che prima suonava con noi (Ricardo Confessori – chissà perché non ne pronuncia il nome?… N.d.R.). Quando il vecchio batterista ha lasciato il gruppo abbiamo iniziato la ricerca di un sostituto, ne abbiamo sentiti parecchi, anche bravi. Alla fine abbiamo scelto Eloy, che già aveva un buon nome ed era conosciuto nella scena musicale. È un fenomeno, una rivelazione! A 14 anni Eloy ha vinto il primo premio in una gara internazionale ed è stato proclamato miglior batterista nelle Americhe. Adesso ha quasi 17 anni… Giusto per rendere l’idea: immaginate una batterista tipo Mike Portnoy ma di 16 anni e che suona come un adulto. Lui era molto nervoso perché era un nostro fan, ha suonato e quando ha dato il primo colpo ho avuto la certezza che fosse ciò che cercavamo. Avevo solo un dubbio, non ero sicuro di come avrebbe funzionato tra di noi, per via della grande differenza di età. Mi sono chiesto come funzionava la sua testa, e come sarebbe andata tra di noi, se per esempio avessimo avuto argomenti in comune anche solo per uno scambio d’idee.. per parlare. Ma in realtà non c’era da preoccuparsi, perché è un ragazzo pieno di talento e ha una bella testa, non si dà arie, è uno cui piace veramente suonare. Per lui è una grande sfida e quella di suonare con musicisti più grandi e con più esperienza è per lui una grande opportunità, ha molto da imparare. Anche per noi è una bella opportunità, ha portato nel gruppo un po’ di sangue nuovo. Quando abbiamo suonato una delle prime volte "Carry on" lui andava velocissimo, e per noi era quasi impossibile stargli dietro! Adesso invece ce la facciamo, ed è una buona cosa!… (ride N.d.R.)
Ci ha iniettato un po’ di energia. Per quanto riguarda gli spettacoli dal vivo, siamo già stati in Giappone nel 2007, con Eloy, è con noi. Certo, ha bisogno di un permesso speciale da parte della madre, che è veramente di grande appoggio nei suoi confronti. È la sua prima fan. Quindi è tutto ok, anche nelle relazioni interpersonali. Non lo vediamo come un figlio, non siamo così vecchi, ma abbiamo tutti un occhio di riguardo. Anche se in realtà davanti a un pubblico molto grande è il primo a saperlo affrontare.

In conclusione, solo una nota. Quello che più rimane impresso di questa chiaccherata è l’entusiasmo con il quale Andrè parla del presente e dei progetti di questa sua nuova avventura discografica. Un entusiasmo che ultimamente sembrava affievolito, e che invita a ben sperare per il il futuro. Un invito secondo noi rivolto non solo ai fan.

http://www.loudvision.it/musica-interviste-andre-matos—106.html#maintitle

About Janus

Janus Aureus is my recently-inaugurated personal blog (written in portuguese, but with some texts in english as well). Fiore Rouge is my old (but still very active - in fact, more than Janus :P) blog (I started it back in 2005). Mentalize is a fan-made website (since 2005). if you wish to contact me for any reason, visit my blog and leave a comment OR see email above (top left) - no, my name's not Andre - actually, I'm not even a guy! LOL Long story... O Janus Aureus é meu blog pessoal - escrito em português - ainda sem muito conteúdo, pois foi começado no final de dezembro de 2011. Já o Mentalize foi aberto em 2005 e está escrito em várias línguas *rs* Privilegio o uso do inglês ali porque o pessoal estrangeiro não tem muitas informações sobre o AM. Quem quiser entrar em contato comigo por qualquer motivo, deixe um comentário nos meus blogs ou use o email que está aí em cima à esquerda (e não, eu não sou o Andre - aliás, sou mulher!).

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